(Allo storico) 1998 «Questioni di vecchiaia, questioni di dignità» – di Marina Palmieri

[ Da rivista culturale ‘Malvagia’, n° 46 / Anno XV – Febbraio 1998 / pp. 11-16 ]

Questioni di vecchiaia,
questioni di dignità

– di Marina Palmieri –

Da tempo, come l’amico e collega Vittorio Amodeo, vado anch’io riflettendo e meditando sul tema, o meglio ancora sulla dimensione, della vecchiaia. Provvidenzialmente, a scuotermi dalla pigrizia e anche da un certo ritegno nell’affrontare l’argomento, il lavoro preparatorio per l’uscita di questo numero mi dà l’occasione di confrontarmi direttamente col pensiero sulla senilità elaborato, e, mi pare, quasi sistematicamente messo a punto, da V. Amodeo.
Passo dunque a esprimere anch’io alcune opinioni sull’argomento, partendo proprio dall’intervento del collega, “De Senectute”, pubblicato nelle prime pagine di questo numero della rivista, e in particolare dalle argomentazioni pro-eutanasia in esso contenute.

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Viziato fino all’ultimo
Siamo proprio presuntuosi, noi esseri umani!, e come sempre finiamo col credere che le nostre convinzioni siano il perno dell’universo. Tanto presuntuosi da pensare che sia buono e giusto il decidere di uscire dalla scena di questa vita a proprio piacimento (che sia lecito, sono d’accordo: ma non sempre ciò che è lecito è anche giusto, e rimarrà compito estremamente arduo per l’essere umano pronunciarsi su ciò che è giusto e su ciò che non lo è).
Troppo, troppo comodo, decidere di andarsene – come dice Amodeo – in tutta “serenità”, evitando così pene, sofferenze, amarezze. Prima di tutto: con che diritto l’anziano può dare valore a questo suo desiderio? Capisco, ad esempio, che possa arrivare a concepirlo chi soffre perché giunto allo stato terminale di una malattia ma, casi di patologie estreme a parte, si prenda pure l’essere umano, dall’inizio alla fine, il suo carico di esistenza, con le sue luci e le sue ombre, con i ricordi e le tenerezze, con i rimpianti e i rimorsi, con gli appuntamenti finali della sua coscienza.
Ma passo subito al punto che ritengo più aberrante in tutta l’argomentazione pro-“placida mors”: decidere di porre fine alla propria vita con una cd. “buona morte” per cessare un inutile stato di degrado della vita stessa (il corsivo si riferisce a passi dell’articolo di Amodeo), non implica ancora una buona dose di presunzione sul proprio operato passato? Amodeo dice: Prima il suo intervento era richiesto (..) Esortava, ammoniva, controllava, aiutava. Ora nessuno più ha bisogno di lui, e questa sua disutilità è un altro macigno che gli pesa addosso. Come si vede, è ancora la presunzione a giocare la parte forte nell’esistenza umana: l’uomo si sente forte, per l’appunto, quando “controlla” (o, perlomeno, è convinto di controllare) la vita. E la razza umana è presuntuosa proprio perché crede che il suo esercizio di controllo dia – o possa aver dato – valore alla vita propria e degli altri. È un credo in cui presunzione e vanità vanno a braccetto, ed è la sopravvenuta incapacità di continuare a soddisfare il suo ego ridondante (che richiede atti di conferma, quali controllo, esortazione, ammonimento, etc.) a fargli “crollare” il mondo addosso.
L’uomo non è stato capace di vivere in pace e in armonia con se stesso svincolato da questa fregola di interagire sempre da primo attore nella vita degli altri?
L’ansia di onnipotenza dei suoi anni in fiore non gli ha mai consentito di vedere in tanti suoi presunti atti di utilità l’urgenza della vanità personale e con essa, soprattutto, la fame di consenso da parte degli altri? Ha basato i suoi rapporti interpersonali sul riconoscimento della propria indispensabilità? Spiace dirlo ma… peggio per lui, o, forse, meglio per lui se la vecchiaia, col progressivo rallentamento dei ritmi di vita, con una certa costrizione al riposo mentale e alla riflessione, lo porterà a una revisione del proprio vissuto, dei propri convincimenti.
Un uomo (o una donna, naturalmente) che con le ‘placide’ modalità suggerite da Amodeo decidesse in tarda età di sottrarsi a questa occasione – preziosa e irripetibile – mi sembrerebbe, francamente, un bambino viziato, capriccioso: ..che se non può più avere il suo giocattolo o lecca-lecca preferito scalpita, si arrabbia e si va a nascondere sotto il letto.
Così l’anziano ipotizzato da Amodeo: che se non può più svolgere la sua parte in primo piano comincia a lagnarsi sulla sua impotenza (che il più delle volte gli piace chiamare ‘disutilità’) e, viziato com’è – questo innamorato della vita – dal suo stesso orgoglio personale che tanti onori gli ha procurato in passato, se ne va e lascia colei che non può più amare.
Ma, anche andarsene così no, sarebbe troppo penoso: il modo di morire – come sottolinea Amodeo – deve essere rapido, senza sofferenza e – sentite, sentite – con il conforto di persona amica. Alla faccia della modestia e della generosità! Così, anziché badare al vecchietto,, anziché preparargli i pasti o, che so, mettergli il plaid sulle ginocchia, occorre (e anche questo, permettemi, è un’incombenza economica e organizzativa senza pari): a) prenotare la clinica specializzata in “placida mors” o, per un trattamento casalingo, approntare con tutti i conforts per un degno trapasso la camera da letto (magari quella matrimoniale dei bei tempi andati); b) pagare degenza in clinica, medicinali e flebo eumortiferi, magari fiori, essenze, pigiamino nuovo e CD con l’ultima musica terapica di (ultimo, ovviamente) grido e, quanto meno, medico specializzato; c) preparare in tempo, magari quando uno avrebbe ben altre occupazioni da seguire, tutte le scartoffie e gli incartamenti necessari per il trapasso; d) last but not least (poiché il candidato al trapasso sarà pure vecchio, ma non il suo assistente spirituale, cioè la persona amica) prepararsi psicologicamente, con l’ausilio magari di un buon corso full immersion, a sostenere questa allegra performance.
Caro vecchietto – a questo punto viene da chiedersi – non vorrai forse troppo? Perché, anziché affannare tanto te stesso e gli altri (ma non sarai mica in combutta con i nuovi rampanti imprenditori della eutanasia-system?), non ti confronti un po’ con altri tuoi coetanei? Quelli molto meno ambiziosi di te, meno narcisisti, meno lagnoni: quelli, ad esempio, che affrontano gli acciacchi dell’età con silenzio e dignità, che ringraziano il cielo, o la sorte, per la vita che hanno potuto vivere, con le sue gioie, le sue preoccupazioni, le sue vicissitudini, ed anche con le mezzetinte degli immancabili tramonti degli anni; che hanno imparato a sostituire gradualmente i grossi impegni di società o di famiglia con un pensiero più disteso, con una rinnovata capacità di raccoglimento, con qualche atto apparentemente minimale ma nondimeno gioioso e tenero, da regalare spassionatamente attorno a sé; che hanno imparato, soprattutto, ad accettare serenamente la vita, anche nel suo lento defluire, dando così serenità anche agli altri.
Caro anziano che, forse per incapacità di affrontare quella che ti ostini a chiamare punizione per il sopraggiungere di un’epoca grigia e opaca, propagandi con tanto convincimento la “placida mors”: tu guardi con sufficienza al corso della natura e ricordi, giustamente, quanto esso stesso sia già stato alterato, tanto da rendere la vita dell’uomo abnormemente, e fittiziamente, lunga. Ma la scienza, se tanto può, non può certo costringere il singolo uomo che rifiuti manipolazioni e medicalizzazioni estreme, e men che mai accanimenti terapeutici dell’ultima ora, a sottoporvisi.
Tanti anziani, lo sai, specie se impossibilitati a cadere nelle tentazioni della scienza e della medicina per scarsità di mezzi economici, il corso della natura sanno accettarlo, e lo seguono fino all’ultimo: e la natura li accoglie, in quel corso, nel grembo di uno sfinimento cui nervi e sensi, poiché sfiniti e consunti progressivamente anch’essi, non possono e non vogliono contrapporre più alcuna forza, più alcun urlo. È così per ogni altra creatura o filo d’erba sulla terra, che si ripiega docilmente sotto l’ultimo raggio di sole.

L’altra faccia del ricatto
Conti alla mano – come quelli analizzati dal collega Amodeo –, è vero che l’innalzamento della vita media comporta, effettivamente, qualche problema in ambito macroeconomico. Staremo a vedere come negli anni futuri la gestione dell’economia politica – scienza che in una società che voglia dirsi democratica ha lo scopo non già di anticipare, condizionandoli rigidamente, i fenomeni d’ordine demografico-sociale, bensì quello di intervenire a posteriori del loro verificarsi – si cimenterà con questi problemi.
È anche vero che il problema si presenta in ambito microeconomico, familiare e quotidiano, soprattutto per ciò che riguarda le spese di cura e assistenza dell’anziano. Credo tuttavia che sarebbe preferibile affrontare questo problema come aspetto non già statico e assolutamente a sé stante (in estrema sintesi: l’anziano non perfettamente autosufficiente e non più produttivo come costo della comunità familiare), bensì come uno dei tanti e vari oneri della gestione economica familiare a fronte del quale, tuttavia, va o andrebbe considerata tutta una serie di ‘ritorni’ forse non immediatamente traducibili in termini di reddito ma comunque aventi un valore intrinseco. Anche senza scomodare necessariamente la letteratura socio-economica degli ultimi dieci-venti anni che pure, come ad esempio quella prodotta dal Prof. Alberto Melucci, si sofferma ampiamente sul fenomeno della silente, sommersa, attività di servizio svolta all’interno della nuova famiglia da figure apparentemente, e ufficialmente, poco o nulla produttive, credo sia innegabile l’utilità che molto spesso rappresenta già la sola stessa presenza di un anziano all’interno di una famiglia. Se al collega Amodeo può forse apparire retorico dire che una tale presenza è, molto spesso, motivo di dialogo, di confidenza, ma soprattutto di conforto e calore umano all’interno di una famiglia, può sicuramente essere utile ricordare che di frequente anche l’anziano più malmesso è in grado di fornire servizi sempre più indispensabili per il buon andamento dell’organizzazione economica della famiglia moderna: cucinare, riordinare la casa, portare i bambini a scuola e riaccompagnarli a casa o, se non ancora in età scolare, accudirli durante la giornata, quando mamma e papà sono in ufficio, meglio di qualsiasi baby-sitter, e via dicendo (a proposito: quanto risparmia una coppia di coniugi ‘in carriera’ che hanno a propria continua disposizione un nonnetto, o una nonnetta, tuttofare?).
A me personalmente per sfatare il nuovo luogo comune che vorrebbe l’anziano un ingombro sembra più che sufficiente il solo pensiero ch’egli possa rappresentare per i famigliari, e in particolare per i nipoti, un punto di riferimento umano e affettivo, ma tant’è: se dobbiamo considerare il valore in termini meramente economici, i termini, siano, almeno, valutati tutti.
Anche così facendo, resto tuttavia della convinzione che il fenomeno della vecchiaia resti, e debba giustamente rimanere, un ‘problema’ aperto; esso, semplicemente, fa parte della vita, e come ogni altro periodo di essa va affrontato e vissuto: senza esaltazioni o celebrazioni di maniera, ma anche senza allarmismi eccessivi.
Semmai (e con questo chiudo il capitolo del “problema economico”) se c’è un aspetto che davvero può rappresentare un ostacolo psicologico per chi abbia in casa un/a anziano/anziana, questo può essere ravvisato in certe forme di egoismo e ricatto morale. Ci sono, in effetti, diversi casi in cui l’anziano genitore si affanna a tenere tutto e tutti sotto il suo controllo: con continue domande, ad esempio, sulla vita privata dei figli, con dimostrazione di affanno e preoccupazione per il volgere della loro esistenza, con una persistente – e, oltre tutto, entusiastica – ansia di programmazione su ogni occasione di convivio domenicale, di feste, di vacanze, tutto all’insegna del rendez-vous familiare. Normalmente, questo anziano-tipo è estremamente gaio, brioso, e dà ai suoi cari frequenti dimostrazioni di quanto la sua energia e il suo buon umore dipendano dal fatto ch’essi si prendano cura di lui, che lo abbiano a cuore, che si interessino della sua persona. Siamo in presenza, in tal caso, di una forma di affetto che, più o meno inconsapevolmente, finisce col divorare l’esistenza e la libertà degli altri, col trasformarsi in una forma di larvato ricatto morale del tipo: “vedi come sono contento, vedi come sto bene, grazie al tuo attaccamento affettivo. Se invece, anche solo per un attimo, tu trascurassi di occuparti di me, che fine farei, come potrei sentirmi?”. Questo, precisamente, è il caso – e il rischio – speculare a quello tanto minuziosamente preso in esame da Amodeo nel suo “De Senectute”: l’anziano di Amodeo si sente inutile, minorato, limitato, perché (riporto testualmente) Prima il suo intervento era richiesto – Ora nessuno ha più bisogno di lui; l’anziano-tipo del nostro esempio (esempio pure mutuato dalla realtà) si sente contento e importante perché “gli altri si occupano e non possono non occuparsi di lui”, perché “lo tengono al centro della loro stessa vita”.
Nel caso dell’anziano di Amodeo, forse, i familiari sono un po’ troppo disattenti ai bisogni e alle aspettative del loro anziano genitore, o nonno, nonna, o altro ancora; nell’altro caso i familiari, magari per un’eccessiva preoccupazione che l’anziano possa sentirsi trascurato, mettono la propria vita nelle mani di chi, bene o male, una vita propria ha già avuto l’occasione e la fortuna (se non altro in termini biologici) di trascorrerla. I due casi rappresentano, come si suol dire, le due facce della stessa medaglia: una medaglia fatta di presunzione, vanità, ansia di controllo e protagonismo nella vita degli altri.
Ma non tutti, per fortuna, sono così. Avrei potuto dire “non tutti gli anziani”, per fortuna, sono così (così vanitosi, così presuntuosi). Ma no: non credo sia solo una questione di età, di vecchiezza. Il vizio della vanità, del protagonismo, dell’accentramento su di sé della vita degli altri, appartiene, o non appartiene, a un individuo in quanto tale. C’è da dire, piuttosto, che con l’avanzare degli anni un essere umano sviluppa, e stabilizza, fortifica, in sé tanto le virtù che i difetti. Non c’è, forse, molto altro da dire sulle qualità di un anziano: perché, anche se forse un po’ esasperate rispetto al passato, esse rimangono quelle che gli sono appartenute da sempre: nel bene e nel male.
Personalmente mi ritengo fortunata di avere avuto come nonna (la materna) una donna sì di tempra, sì di carattere, ma che nella sua lunga vita (è morta a 93 anni, lagnandosi dei suoi acciacchi, e anche dei suoi ultimi grandi mali, praticamente solo fra sé e sé) ha lasciato che i suoi figli e i suoi nipoti facessero del bello e del cattivo tempo con la propria vita, che ha sempre chiesto notizie ma senza interferire, senza giocare il ruolo dell’anziana, autorevole, matriarca, e che soprattutto non ha operato alcun ricatto affettivo a chi le era attorno: saranno state, forse, le dure lotte da sempre combattute con la vita (fra queste, le premature perdite dei suoi figli – un tipo di esperienza, credo, fra le più terribili al mondo per un essere umano), sarà stata forse la dura necessità di tirare a campare senza tanti complimenti e senza troppi sostegni, sarà stata, chissà, quella capacità di essere contenti e grati al cielo anche per un piccolo gesto, o parola, o saluto, quotidiani ma… grazie a Dio! gente così n’è esistita e ne esiste a questo mondo. Gente (e non parlo certo solo di mia nonna, ma di tante anziane madri di miei conoscenti, donne tuttora in vita con i loro ottanta-novant’anni raggiunti senza neanche conoscere l’ombra di alterazioni medico-scientifiche sul proprio corpo) che da tempo ha imparato a vivere tranquillamente, senza smanie, depressioni o ansie ricattatorie, la mestizia e anche la solitudine delle proprie ore. Gente che è contenta e serena quando sa che gli altri sono, già per proprio conto, contenti e sereni.
Come disse l’anziana protagonista del film “Nuovo cinema Paradiso” al figlio, ormai quarantenne e con vita propria lontano, molto lontano dalla casa materna e dalla città natale, che era tornato a farle visita (l’uomo, alla vista della madre tanto anziana, cominciava a dar segni di cedimento e l’idea di piantare tutto e tornare dalla madre, per accudirla, già lampeggiava nella sua mente): “Và, non preoccuparti di me e di niente, và, fai la tua vita e non voltarti mai indietro.. Capito? Mi raccomando: non voltarti mai indietro, và!” … come disse quell’anziana, così dovremmo essere capaci di dire ognuno di noi, oggi o, se ancora il tempo è prematuro, domani. Quella parola d’amore, che non conosce vanità, narcisismo e ansia di dominio, quella parola di forza detta da chi continuerà a vivere con dignità e serenità anche gli ultimi anni della propria vita – e che di questa sua effettiva capacità rassicura gli altri, liberandone l’animo dal fantasma di squallidi ricatti morali ma anche da quello di lugubri, e narcisistiche, soluzioni liberatorie – è il più bel regalo che un giovane possa portarsi nel cuore. E che saprà, al momento opportuno, donarla a sua volta a qualcun altro.

A ciascuno la sua (variabile) parte di occasioni
Ultimo punto: tutta l’argomentazione di Amodeo pro-eutanasia svolta nel suo “De Senectute” viene, a parole, riferita all’anziano. Ma io ho l’impressione, e neanche tanto vaga, che le stesse parole tradiscano altro. Ho l’impressione, cioè, che le stesse parole usate per definire quello stato di vecchiezza che il collega analizza e per il quale propone la soluzione di una ‘placida mors’ siano in realtà tranquillamente riferibili a ciascun essere vivente, anche di giovane età, che, esattamente come l’anziano preso in esame da Amodeo (vd. parole riportate in corsivo), abbia in sorte: – acciacchi, minorazioni, limitazioni, sofferenze; – guai che possono solo aumentare di intensità e di estensione; – disutilità; senso di impotenza, etc.
Amodeo potrà dirmi che sono fuori strada perché ho perso di vista quella che è, o sembrerebbe essere, una sostanziale differenza fra un giovane e un vecchio: la presenza o, rispettivamente, l’assenza di prospettive per il futuro. Ne siamo proprio sicuri? Gli stati di depressione profonda o, peggio, i tanti suicidi fra i giovani non significano proprio nulla? Non stanno, forse, a indicare che l’assenza di prospettive per il futuro può dipendere non solo dall’attesa dell’imminente, o prossima, fine (e un giovane, ad esempio perché ammalato, o perché triste, depresso, o perché in stato di esaurimento neuro-psichico, questa attesa potrebbe già averla maturata) ma da una più generale percezione di sé, delle proprie capacità, delle proprie possibilità? E non è forse più avvilente essere “impotenti” (moralmente, economicamente, etc.) quando si è giovani, quando le energie psico-fisiche a disposizione – ben più forti e irruenti di quelle di un anziano – richiederebbero un’attivazione piena, soddisfacente, gratificante? Perché, al contrario, quel senso di “impotenza” dovrebbe poi essere vissuto in modo tanto penalizzante dall’anziano, dal momento che questi ha già avuto la possibilità di vivere, su questa terra, una larga parte della sua esistenza, con tutte le possibili occasioni di sviluppo, di crescita personale, di affermazione, di soddisfazione?

Fatte queste precisazioni, non ritengo di dovermi dilungare oltre: chi ha sperimentato, forse diversamente dall’anziano soggetto di “De Senectute”, che anche gli anni della giovinezza possono essere un inferno – psicologicamente, moralmente, e magari anche materialmente –, chi sa che per sempre dovrà fare i conti con una malattia, un handicap, uno stato di sofferenza psico-fisico; che ha capito che la duratura mancanza di mezzi e sostegni non gli consentirà mai di diventare indispensabile per il buon andamento degli affari e familiare; che, più in generale, non si illude che da un momento all’altro, forse come manna dal cielo, possano piovergli addosso prestigio, fortuna, salute, calore familiare (che dire, poi, di chi è rimasto sin da bambino solo al mondo, senza genitori, fratelli, o parenti di sorta che possano, o vogliano, prendersi cura di lui?) e tutto il repertorio da età dell’oro o “paese della cuccagna” di cui, beato lui, l’anziano di “De Senectute” sembra aver goduto se non altro nei suoi anni passati… chi avrà vissuto tutto questo saprà meglio di ogni altro che, come dice un vecchio detto, “quello che non ammazza fortifica”. Con buona pace di ogni vanità e d’ogni capriccio senile. Al quale non sempre si può portare rispetto per i capelli bianchi.

Marina Palmieri







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